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A capo

Communication

Imponderabile e soggettivo. Me verso San Paolo

g

Le ere glaciali. Wake up.

‘’Acqua, devo bere dell’Acqua. Dimenticavo… Non è bellissimo. Nemmeno gentile. Non lasciarmi nemmeno una scorta d’acqua. Ho rimediato. Sfilo il guanto destro. Stringo forte e a lungo il tubo metallico sopra di me. E la Distillo goccia a goccia. Vedi? A cosa servono le mani? Hanno accarezzato il meglio. Anche se stesse. Hanno sfiorato, premuto. Si sono ritratte, allungate. E hanno Sentito anche il Torpore delle tue tempie. Mi piace ricordarle così. Nell’Estasi della percezione. Non Semi-congelate come ora. A 30 sotto zero. Anche un ottimista come me. Comincia ad avere dubbi’’ (Paolo Benvegnù).

Sono finita in uno stato di ibernazione. Martedì scorso. Le dieci e mezza della mattina (come scordarle?). Poi fuori, quasi all’istante, la temperatura ha cominciato a scendere giù finchè ieri mi sono affacciata alla finestra ed era tutto ricoperto di bianco. Neve a fiocchi era caduta per tutta la notte.

‘Qui non nevica mai’, e forse è una maledizione perché di freddo dentro si può morire e solo il cielo e la neve possono ridarci a volte il corpo, se rispondono con una reazione fisica.

Il cielo ha reagito. Erano i tropici dentro di noi, ma qualcuno, oltre a noi, è diventato un infrangibile pezzo di ghiaccio. Guardavo in su e mi pareva che in quel preciso istante il cielo avesse cominciato a piangere neve.

Mettere il naso fuori casa non è stato facile. Niente è stato facile in questi ultimi giorni. Ho ascoltato musica, da Wake up dei i Mad season, a Casador dei The puritans. Ho trovato la parola jeitinho che sta ad indicare la maniera brasiliana di aggirare l’ostacolo, fare di testa propria. Ero ‘dubivonda’ perché quando una cosa non mi convince subito al primo contatto con essa, sorgono sospetti.

Odio la dinamica dei sospetti, specie perché se sono sottoposta a processi di ibernazione, i sospetti diventano quasi un automatismo del mio pensiero.

Cercavo cercavo cercavo e ancora cercavo. ‘Senti il tuo corpo! Rilassati, prendi tempo per lasciar andare e vivere’. Ma non riuscivo a far altro che cercare, nei libri, nei suoni, negli occhi una risposta. Forse invece erano le domande che non riuscivo a fare. Non riuscivo a fare io le domande giuste.

Stamani non s’è scongelato niente. E’ soltanto uscito dal cielo compattato qualche raggio di sole. Così mi sono sforzata un po’ e mi sono messa qui davanti per mettere insieme due parole.

Pensavo a quanto tempo, a tutto il tempo che serve ed è servito: a qualcuno perché l’idea di non restare soli si realizzasse; a qualcun altro perchè scomparisse l’esigenza di chiedersi il motivo per cui, di fronte all’immagine dell’assolutamente diverso, si riesca troppo spesso soltanto ad entrare in crisi. ‘’Sì, lo so, non sempre il rapporto con l’essere umano diverso è felice; spesso la perdita del narcisismo della coscienza lascia emergere il vuoto, la dissociazione, la castrazione’’ (Teoria della nascita e castrazione umana, http://www.nuoveedizioniromane.it/catalogo/libri_mf3.html#nascita).

Pensavo a tutto il tempo e a tutta la vita che spenderò per la conoscenza. In quest’era glaciale che ritorna, resto troppo attaccata, magari anche con violenza, all’inconcepibilità di certe reazioni affettive. Mi sembra coerente solo la reazione che fa il cielo… come se fosse uno specchio onesto di quanto succede in certe vite private.

Se è la maniera brasiliana quella con cui confrontarmi per uscire dalle perpetue domande dei miei occhi attòniti, io non lo so. So che sono pronta ad andare a guardare, sebbene sospetti fortemente dell’aggiramento di certi ostacoli e sebbene ancora non mi riesca né far quello né, d’altra parte, evitarmi la perdita delle due ultime gocce di sangue rimaste.

Certe volte è un dolore che somiglia a un lavoro. E si fa un lavoro doppio. Si lavora sempre, per noi e anche al posto di quanti scelgono di scioperare, presuntuosi e tronfi della loro libertà di scegliere.

Io non so troppe cose. E non so stare ‘calma’ oggi. Trent’anni o forse chissà quanti altri ancora per far diventare memoria il ricordo di alcune parole: ‘’E’ difficile comprendere. Sostituisco un primo periodo di sorpresa con un periodo di ricerca che ben presto si trasforma in lotta (…). La verità umana, quella verità che dice che l’uomo non nasce pazzo, narcisista, creta, è oscurata con tutti i mezzi. La verità umana per cui l’uomo diventa pazzo, perché l’ignorante e il violento dominano il non violento è ostacolata in tutti i modi nel suo venire alla luce. Tutti lo sanno e tutti nascondono accuratamente il proprio Io. La storia lo dice. Sempre, il bambino, la donna, l’operaio sono stati annullati, negati, violentati da chi non è bambino, non è donna, non è operaio. Da chi non è. Il non essere dell’uomo, il disumano, domina l’uomo, l’essere’’ (Istinto di morte e conoscenza, http://www.lasinodoroedizioni.it/node/13).

Ma potrebbe accadere che…

Ci si innamora - e subito -, oppure no.

Si fanno le cose, oppure non si fanno.

Io mi sono innamorata, e all’inizio è stato il travolgimento dell’amore di un uomo per la scoperta di un altro uomo.

Si dice Eri un’immagine in mezzo ai quadri immobili di una galleria d’arte. E non compare (quasi) mai un’immagine femminile in mezzo alle cose morte…

Quando per me comparve quella presenza, non ci fu altro che l’infinità di orizzonti possibili.

Ora. Affrontare l’imponderabile e il soggettivo credo sia ben difficile se si resti inchiodati al brutto della storia e delle storie. Si dice ad alta voce ‘’innovazione sociale’’. Si legge ad alta voce la storia nuova appena nata. Ci dovrebbe essere sempre per tutti la possibilità di ricredersi. Questo è ciò che penso. Anche se a volte sento che mi resta attaccato addosso solo il dolore - che non disgela – e che nasce dal fatto che non siamo mica tutti uguali.

Ora. Vivo addosso il pensiero di una vitalità che scorre dentro le mie vene mentre scrivo queste parole, sento il calore di due mani che si appoggiano alle mie sapendo che qualcuno leggerà due righe di una domenica mattina congelata. Sento l’odore del caffè che possiamo bere insieme immaginando il colore giallo del becco di un tucano in terre tropicali. Penso che c’è sempre la necessità di un’immagine dell’altro che renda vivi i nostri pensieri. Non è un fatto di saper vivere in solitudine… è proprio e solo una questione di immagine interna.

Cercavo l’immagine della parola jeitinho e della parola saudade. Per ora viene in mente solo la musica che racconta forse con i sorrisi bagnati di nostalgia l’irrefrenabile piena che arriva senza preavviso, e senza pietà alcuna porta via con sé tutto quanto, povertà o ricchezza che sia. E’ la forza della natura contro cui l’uomo non può farci niente. Ma la natura dell’uomo sappiamo qual è. Basta andare a vedere la storia. Serve solo il tempo, ora, per raccontarla.

Il gelo che è arrivato in questi giorni non mi fa sorridere, non mi fa aggirare alla maniera brasiliana l’ostacolo. Mi fa essere onesta, pensare, aprire libri, cercare parole e inventare playlist. ‘’Quando scrivevo a te, sentivo che nasceva in me la fantasia. Ora che non sei destinatario unico di certe parole, sento che non hai distrutto alcuna fantasia con la tua assenza, ma hai soltanto dato a me la capacità di esistere’’.

A capo.

 

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