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A capo

Communication

Imponderabile e soggettivo. Me verso San Paolo

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Mentre fuori c'era il temporale: io con Eric.

"Com'è cominciata la tua esperienza con Quarto Mundo?".

Questo l'inizio della nostra chiacchierata.

Eric, 21 anni, conosce il progetto da quando è nato, qualcosa che porta addosso l'odore dei muri di Vira e quelli della USP, l'università più prestigiosa di San Paolo. Un progetto nato dall'esigenza di proporre un modo diverso non solo di fare informazione, ma di concepire la comunicazione stessa, nato dal desiderio, che poi è diventato opportunità per tanti ragazzi, di comunicare e fare qualcosa di diverso.

Eric è partito a ruota raccontando dall'inizio tutti i pensieri-mattone che uno sopra l'altro hanno tirato su l'edificio Quarto Mundo. L'avventura cominciò con il lavoro del gruppo Galera Reporter che sulla rivista di Vira tratteggiavano in ogni numero mensile l'immagine di un personaggio 'importante': "Non necessariamente un personaggio famoso, ma importante per ciò che aveva portato in questo mondo, con la sua esperienza, il suo lavoro". Da questo modo di far vedere scorci di realtà umane, nacque la proposta di un programma tv fatto dai giovani che mettesse insieme le notizie come serie di 'sguardi altri' sulla realtà. Eric a quel tempo, nel 2008, era già uno dei mediatori incaricati di mobilitare i virajovem di Vira per coinvolgerli nei vari progetti. Ne mise insieme 12 per formare il primo gruppo di lavoro che mettesse in moto l'idea di un programma tv all'interno dell'USP. Nel 2009 Quarto Mundo entra nelle scuole superiori e i ragazzi, protagonisti di questa realtà, cominciarono a raccontarla sotto forma di serie televisiva: 5 episodi in tutto che diventavano un ritratto del tutto suggestivo del loro mondo, con i suoi pregi, i suoi difetti, le cose più in superficie e quelle più nascoste. Il progetto, nel 2010, vince un premio molto ambito, quello di miglior serie del Brasile all'interno del festival televisivo universitario. Successivamente ci furono altri cambiamenti. Nacque Por aì, un programma che aveva lo scopo di divulgare e far conoscere i locali pubblici con una programmazione d'interesse non solo per i giovani di San Paolo ma per la comunità cittadina stessa. "Era un vero e proprio programma di utilità pubblica. La tv generalista punta gli occhi sempre sulle solite vie, le solite strade, quelle centrali, le sedi più in voga del commercio paulistano. Noi abbiamo portato luce su luoghi che le persone ancora non conoscevano, locali gratuiti che avevano un'ottima programmazione, che stavano in periferia o in zone meno famigerate della città. E' stato fantastico perchè era un vero e proprio servizio che facevamo alla nostra città, un modo per spostarci noi stessi verso le zone che non conoscevamo. Era uno scambio. E' stato bellissimo".

"Cos'ha cambiato in te Quarto Mundo?". Avevo iniziato ad andare a fondo, a toccargli la pelle. Volevo sapere il resto. E abbiamo iniziato a seguire un'altra strada.

"E' il progetto della mia vita. Non perchè ne faccia parte da quando è cominciato, ma perchè è diventato un mio modo di essere. I giovani hanno in mano mezzi di comunicazione, la tv o in generale i grandi media, che sono poco accessibili. Non esiste la libertà nel fare informazione, nel creare contenuti che abbiano una qualità vera, che rispecchino la verità e siano fatti per il bene di tutti, perchè tutti hanno diritto di sapere e di comunicare a loro volta. Quarto Mundo dà questa possibilità, di creare un nuovo contenuto e di offrire un'informazione che sia prima di tutto di qualità. Sono diverso da prima perchè ho capito che Quarto Mundo dà alle persone un'alternativa. Le cose non sono così perchè nella maggior parte dei casi dobbiamo accettarle passivamente. Abbiamo la possibilità di scegliere altro, di fare qualcosa di diverso e Quarto Mundo ce ne ha dato la prova concreta. Ma è anche vero che Quarto Mundo in fondo è una scusa, un pretesto... per dimostrare quanto in fondo tutti siamo troppo condizionati nel fare e recepire informazioni! Quello che ho di diverso da prima è lo sguardo sulla realtà, uno sguardo più attento, riflessivo e soprattutto consapevole. Mostrare questo nuovo sguardo agli altri ragazzi come me, coinvolgerli in questo lavoro ha dato a me la possibilità di consolidare il mio modo di stare al mondo. L'obiettivo che avevamo l'abbiamo raggiunto: abbiamo dimostrato che in Brasile è possibile avere una tv diversa. E' un'alternativa a tutto quel mondo di interessi che sta dietro l'accentramento mediatico che caratterizza il nostro paese, capisci? Noi parliamo di tutti e ci rivolgiamo a tutti, perchè tutti possano essere diversi".

"Esiste qualche differenza sostanziale tra un ragazzo come te e una persona 'adulta'?".

"I ragazzi sono molto più aperti rispetto alle generazioni precedenti. Sono i media di oggi ad averci forse cambiati. La tecnologia è qualcosa che muta continuamente e a una velocità incredibile. Questo cambiamento ci spinge ad essere più portati a nostra volta a cambiare, siamo più aperti a nuove conoscenze. In qualche modo, se ci pensi, anche il Papa ha dovuto confrontarsi con una realtà come quella attuale: se ora inizia anche soltanto a parlare dell'uso del preservativo, vuol dire che la realtà fuori dalle mura del suo regno è cambiata e non può non cominciare a confrontarcisi. E' già tanto che un Papa parli di preservativo, al di là di una condanna o assenso al suo uso. Cose come queste credo siano lo specchio di una realtà diversa. E i giovani sono meno conservatori, più disposti e naturalmente inclini al cambiamento. Anche l'educomunicazione è qualcosa di nuovo che prima non esisteva, adesso è diventato addirittura un corso universitario. L'educomunicazione stessa credo sia una nuova tecnologia".

"Ti fa paura l'idea di diventare adulto?".

"Assolutamente no. Perchè quello che ho conquistato finora non lo perderò mai. Non potrei avere rimpianti o nostalgia di quello che è stato: sono cose che mi rendono ciò che sono, che fanno la mia identità. Diventare grandi, magari invecchiare, avere un lavoro con delle ulteriori responsabilità, avere una famiglia, cose così, sono solo un passaggio naturale nella vita di una persona. In questo percorso non perdo quello che ho trovato, semmai aggiungo altre esperienze, vivo altre cose nuove che prima non conoscevo. E' un aggiungere, non un togliere. Ognuno di noi forse è fatto così. E ciò che non potrò perdere è proprio la capacità di cambiare che mi sono conquistato".

"Tu conosci un po' la realtà dei ragazzi italiani?".

"No... non so niente".

"Cosa pensi che potrebbero imparare i ragazzi di un altro paese da un'esperienza come quella di Quarto Mundo?".

"Possono prendere tutto! E non solo i giovani, ma la società intera può imparare da questo progetto. I media sono fatti per tutte le persone, perchè tutti siamo parte di una società e dobbiamo partecipare da protagonisti a quello che succede, dobbiamo continuare a comunicare. La prima forma di comunicazione di una persona è il pianto. Noi non sappiamo perchè piange un bambino appena nato e forse per un anno intero non possiamo capirlo. Ma lui sta comunicando! E' un essere umano, noi siamo fatti così, continuiamo tutta la vita a essere così e abbiamo il diritto di comunicare. Ma deve esserci una comunicazione che non vada da un punto a un altro, da un trasmettitore a un ricevente; deve poter essere qualcos'altro, che sia in perenne movimento di scambi e di rimandi e cose diverse da prima. Siamo tutti dei naturali comunicatori sociali. E Quarto Mundo trasmette questa immagine di dialogo aperto tra le persone, senza interessi di parte. E' questa la vera comunicazione e dobbiamo renderci conto dove sia una vera qualità".

"Secondo te cos'è che può rendere diverso un ragazzo brasiliano da quello di un altro paese?".

"E' complesso da dire, perchè tutto dipende dalla realtà a cui appartengono le persone. Tutto è connesso con la realtà, ne siamo influenzati terribilmente. Posso dire, per quel che ne so, che un ragazzo brasiliano è molto poco disposto all'apertura e alla riflessione, alla consapevolezza di ciò che riceve come informazione. Sono fortissime le forze esterne che condizionano la sua capacità di riflettere. Questo succede anche nell'ambiente accademico, soprattutto in un'università come la USP. E se non sei aperto alla riflessione, se non hai senso critico, allora non sei libero di pensare! Il cambiamento è tutto nella testa di una persona, nella possibilità di innescare cambiamenti, nella possibilità di cambiare sguardo!".

"Qual'è il tuo sogno?".

"Io non penso al futuro... Penso a vivere il mio presente. Forse il mio sogno è di concludere quello che ho iniziato, finire l'università e, come ti avevo raccontato giorni fa, visitare l'Argentina. Il fatto di essere una persona di colore, il fatto di vivere in una realtà molto dura, difficile della città, non deve diventare un motivo per compiangersi. Non deve diventare un scusa la difficoltà delle cose. Voglio andare avanti con quello che faccio, e l'idea dell'Argentina è bella se penso che posso portare là o in un altro paese quello che è il messaggio e l'energia di Vira. Io sono un comunicatore sociale e questo per me ha significato cambiare lo sguardo sulla realtà. Non è un titolo da conquistarsi con la carriera accademica, non sono nemmeno d'accordo in fondo che ad oggi sia diventato un corso di laurea. Essere un comunicatore sociale è un vero e proprio modo diverso di stare al mondo".

Ed è qui che sono un po' franata, quando, mentre diceva queste parole, gli si sono gonfiati gli occhi di lacrime e mi ha sorriso. "E' tutta la mia vita" diceva, "è un modo di conoscenza che sta con me dovunque io vada. L'educomunicazione è una grande forma di conoscenza, perchè è la costruzione vera di una ricerca che dovrebbe stare ovunque: nella famiglia, nella scuola, nella chiesa se ce n'è una, ovunque. E' anche un modo costruttivo di trasmettere la conoscenza. Una conoscenza che non è passività, ma diventa una costruzione insieme all'altro".

Io lo lasciavo parlare. Mescolavo i suoi pensieri ai miei, gli raccontavo quali fossero state anche le mie esperienze, le mie lotte, i no che avevo dovuto dire, i compromessi a cui non ero voluta scendere, l'amore per le cose che in quel momento condividevamo tutti e due, quel modo di stare al mondo che lui stesso diceva. E pensavo. Pensavo che il portoghese non lo capisco bene, non so coniugare i verbi e perdo tante parole della giria che c'è qui. Eppure parlavamo la stessa lingua. Non mi guardava come se venissi da un altro pianeta, cosa che per me è all'ordine del giorno nel posto in cui vivo. Sarà che in quel momento, che si estende anche ad ora che scrivo, le parole non erano in contraddizione col comportamento. Sarà per quello che ci sentivamo uguali. Sarà per quello che ci sono stati anche gli occhi carichi, la pelle d'oca. Avevo davanti a me una persona in grado 'profondamente di rispondere' ed io ero felice a mia volta di essere la persona che aveva saputo 'profondamente chiedere'.

"Quale sogno regaleresti a una persona che non ne ha ancora trovato uno?".

"Questo nuovo sguardo. Provo odio quando mi rendo conto che ci sono interessi meschini dietro alle cose, dietro al modo di fare informazione, come se tutto avesse un prezzo e come se il prezzo delle cose fosse l'unica posta in gioco che decide le sorti della realtà. Le virgole, le parole fanno sempre la differenza in questi processi, fanno una differenza in tutto! Una parola al posto di un'altra fa ribaltare le cose, le parole fanno accadere le cose e si deve saper fare sempre le distinzioni. Perchè la comunicazione cambia la realtà, ha conseguenze su di essa e non ce ne rendiamo conto. Mi capita spesso di sentirmi offeso di fronte a tutto questo. Lo so, lo so bene quanto costi aprire un poco gli occhi, anche un solo spiraglio, lo so bene. Ma la maniera diversa di concepire la comunicazione tra le persone, il cambiamento dello sguardo e dello stare al mondo è una possibilità per tutti, la verità delle cose è lì davanti a noi e gli occhi si dovranno aprire prima o poi. Si dovranno fare delle scelte. Hai idea di che scia lascino dietro di sé i ragazzi di 14, 15 anni di Quarto Mundo nei corridoi della USP? Quel loro modo di essere, quel loro modo di stare lì, la partecipazione che scommettono nel lavoro che fanno in mezzo ai grandi professori e agli studenti che sono in quella facoltà per diventare giornalisti... hai idea di quanta storia nuova portino con sé? E' tutta una realtà diversa, un esempio, un'alternativa tangibile che tutti possono toccare per cambiare a loro volta. C'è una linea fondamentale nella mia vita: ciò che sta prima e ciò che sta dopo Quarto Mundo. E' come una spaccatura, una demarcazione. Da allora è come se avessi aperto gli occhi e tutto è cambiato per me. Vedo bene qual'è la realtà del mio paese, sono capace di vedere e fare le giuste differenze, sono in grado di pensare, sono libero di pensare. E la mia volontà è quella di trasmettere questo anche ad altre persone. Abbiamo i mezzi, abbiamo gli strumenti, 'i ferri del mestiere': quello che dobbiamo fare è solo imparare ad usarli. Serve un certo movimento per dare una direzione alle cose della vita, e non essere passivi, lasciare che sia una corrente a trascinarci. Odio l'inerzia e ce n'è davvero tanta intorno a me. Non c'è creazione di cose nuove, proposta di alternative. Mi sono spiegato?”. Sorride. “Spero di esserti stato d'aiuto...”. Sorride di nuovo. Essere stato d'aiuto mi fa sorridere.

Abbiamo passato due ore a parlare. E dico: questo è comunicare, questo è il linguaggio. Quello che fa accadere le cose, quello che lega le parole a ciò che una persona è e fa. Allora si è felici. Allora ci si può sentire uguali in ogni differenza. Condivido le sue scelte, anche se ci sono quasi dieci anni di vita che ci dividono. Qui, in questa stanza dove ci siamo seduti a parlare e dove ora sto scrivendo ritrovo la chiave di lettura con cui ho fatto le mie scelte in passato e che mi hanno portato anche qui. Sapevo e so cosa cerco, so cosa ho scelto e cosa scelgo ogni giorno, contro tutti quelli che si nascondono dietro un 'ma che ci posso fare?' perchè a loro fa solo comodo. E so la storia delle parole, quelle che ritrovi, il suono che mancava e che andava recuperato per farle diventare parole-mattone. So cosa significhi mettere insieme la comunicazione, il linguaggio, la poesia, le mani e gli occhi delle persone. So cosa significhi mettere un piede davanti all'altro. So cosa sia la condivisione di una lacrima tanto intima e così bella da regalare a chi ti sta a fianco, per trasmettere così la passione di una bellezza comune. Pelle diversa la nostra, diverso il nome, diverso ciò che ci ha reso entrambi diversi da un 'prima', soggettivo e imponderabile.

Mi sento a casa anche qui. E condivido con lui l'offesa, l'indignazione. Condivido con lui l'idea di un'intelligenza che è affetto (e viceversa). Anche qui a San Paolo è così. Per questo non sono lontana da 'casa'. Io sono io. E di estraneo, di lontano da me, c'è ben altro. Ben altro.

 

E’ il mondo di un uomo quello di chi si muove e ti si fa di fronte perché tu non debba morire di dolore.

 

E' vero. Com'è vero il desiderio per chi e per la storia che ci appartiene.

Sono ogni volta grata di tutto l'affetto con cui mi si racconta di una certa infelicità, quella che - è vero - costringe i nomadi a muoversi. Grata dell'affetto con cui si racconta dell’odio, e dell’annullamento. Per cui bisogna muoversi per non offrire un bersaglio immobile alla cattiveria.

Sì, è quello che è successo e continua a succedere. Ma si deve aver cuore, volontà e forse il tempo per poter riuscire a fare, cioè a comprendere. Bisogna essere disposti al cambiamento, cioè a incontrare qualcuno e a scommettere la nostra storia, tutta la nostra storia, con la sua.

 

Baci bagnati da qui.