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A capo

Communication

Imponderabile e soggettivo. Me verso San Paolo

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Tra le altre cose, si ama sempre nella stessa maniera. Si sta. Come si sa stare.

Se si tratta solo di un ''secondo giorno'' direi che mi aspettano diverse vite da qui al rientro.

Oggi pensavo a quello che sentiamo addosso come 'bellezza' e non è certamente più semplice vivere la bellezza rispetto al resto, a tutto il resto. Si deve riuscire a esserne responsabili.

stai carla, stai come sai stare

Diceva così una risposta che mi era arrivata nel giro di poche ore (quando si dice che, a un certo punto, esserci diventa un modo di stare al mondo). Lì per lì non avevo preso in considerazione il mio 'stare', ma ora che vado avanti in queste giornate e continuo la mia ricerca, ripenso a tre giorni fa, il giorno del primo post pubblicato a Viracao, quando nel tardo pomeriggio sono finita in mezzo a una manifestazione di ciclisti che protestavano in memoria di una ragazza molto giovane investita la mattina stessa da un autobus in pieno centro a San Paolo.

La mia giornata a Viracao era ormai arrivata alla fine e stavo raggiungendo Evelyn con un'altra amica di nome Vania. Stavamo parlando delle prime impressioni che avevo avuto durante il laboratorio visuale e le stavo raccontando che in quello stare e parlare dei ragazzi e degli educomunicatori non c'erano vuoti dati dall'impalpabilità propria delle parole, perchè le parole diventavano subito azioni concrete. Le idee che sembravano nascere quasi in maniera caotica e senza un apparente filo conduttore, in realtà si univano l'una all'altra trasformandosi in 'accadimenti', non saprei dire meglio... Ricordo che qualcuno disse – meglio di me – noi siamo giuramenti. Intendo queste cosine così...

Mi ritengo fortunata di essere parte della ricerca su quello che lega il linguaggio al comportamento, il pensiero al movimento, perchè quando ci si trova di fronte a eventi di questo genere si riesce subito a dare il giusto nome alle cose e a riconoscere le differenze. ''In Italia sembra tutto più difficile... basta dire c'è crisi o è difficile, non si può fare che le persone prendono questo come pretesto perfetto per fermarsi, entrare in ibernazione e fingere di tentare un qualche cambiamento... proprio per non cambiare mai''. Stavamo camminando e iniziavamo a vedere il brulichìo della manifestazione dritto davanti a noi. ''Tu vivi a Roma, lì ci sono molte persone che vanno in bici?''. Beh, sì che ci sono, ma non formano una vera e propria comunità come a San Paolo, dove chi va in bici fa parte solo di uno dei molti 'eserciti non violenti' che si battono per i diritti civili e umani. Spalla a spalla, piangono come piange il cielo perchè una loro 'sorella' è morta per colpa della non curanza di una metropoli così contraddittoria. Risposi allora di no, ''No, non così tante persone...''. ''E perchè?''. ''Perchè... è pericoloso''. ''Ma anche qui a San Paolo è pericoloso!''. Mi sono messa a ridere. Aveva azzeccato in pieno il concetto che tentavo di spiegarle. Avevo davanti a me una città immensa dove le parole paura e pericolo forse non sono che un pretesto per trovarsi spalla a spalla a combattere in nome di qualcosa di buono e di assolutamente possibile.

Non intendo fare della bieca demagogia in questo post, ma credo sia importante partire proprio da qui per rendere l'idea del profumo, dell'aria, dell'elettricità umana che scorre per strada e all'interno di un'associazione come Vira. Questo mi chiedono forse di dire alcune persone carissime dall'altra parte dell'Oceano.

Quando abbiamo raggiunto Evelyn tra la folla, l'ho abbracciata. Stava piangendo, come lei molte altre persone. Persone di ogni età, bambini in braccio a ragazzi, anziani in pantaloncini, tutti estremamente commossi per questa assurda perdita. Gente che si abbracciava a ogni angolo. Pensavo a quanto attaccamento alla vita riescano a sentire e a farti sentire stando con loro. E ero felice di non trovarmi disorientata di fronte a tutto questo. Sono stata. Sono stata come io sapevo stare. La stessa sensazione l'ho sentita addosso quando, qualche ora dopo, mentre seguivo il corteo sulla Avenida Paulista, il cielo ha iniziato a chorar. Ascoltare ''Agua de marco'' non basta a capire seriamente cosa significhi un temporale qui a San Paolo. Viene giù il cielo intero, la strada diventa un torrente in piena che porta via tutto. Si è alzato improvvisamente un vento pazzesco, mi sono allontanata da Evelyn per ripararmi a lato della strada. Ero completamente fradicia, i tuoni facevano un boato incredibile. Con altra gente che non conoscevo ci siamo infilati nella corte di una grande banca. Avevo freddo, l'aria era gelata e tremavo come una foglia. E pensare che la mattina stessa c'erano 38 gradi. Ero rimasta sola. I primi minuti da sola a San Paolo. La tempesta non dava cenno di smettere. Mi sono rannicchiata addosso a un muro per cercare di scaldarmi un po'. La cartina che avevo in borsa era andata, zuppa, iniziava letteralmente a sciogliersi e così anche quella delle linee della metropolitana. ''Bene Carla, ti perdi dentro i tuoi pantaloni! E ora come torni a casa?''. Eppure... non sentivo alcuna paura o ansia di non farcela. Attaccata a quel muro con accanto una ragazzina di vent'anni che mi sorrideva e mi spiegava come prendere la metro più vicina senza rischiare di affogare, sentivo che era la cosa più naturale del mondo aspettare che smettesse di piovere. Solo aspettare che smettesse di piovere. Mi toccavo i capelli fradici, guardavo venir giù così tanta acqua da non riuscire a vedere l'altro lato della strada.

Poi lentamente ha smesso. Con un ombrello raccattato in uno spaccio, sono andata verso la metro più vicina. E sono tornata a casa.

Ora sono qui con un po' di musica. In mezzo c'è stato un fine settimana al mare, strade in autobus e in bici con i miei ospiti, il sole che non ha perdonato la bianchezza della mia pelle, la samba sotto i tendoni sulla spiaggia, il sapore forte della vera caipirinha brasiliana e dell'isca de peixe, i miei occhi carichi di parole e di pensieri verso tutti quelli che alla mia distanza hanno regalato la libertà con la loro presenza silenziosa e a quelli che invece ne hanno fatto un mutismo vestito di un apparente 'prenditi la tua libertà'. Modi di stare diversi. Si decide, si sceglie di stare o di non stare.

Io ho finito la mia giornata, e sorrido alla bellezza che ho sentito in questo tempo costruito tra pensieri. Pensieri-grattacielo. E in mezzo c'è anche la giornata di oggi. Sveglia alle sei del mattino, caffè con la moka italiana e pão quente fatto in casa. E poi Vira. Ospite di oggi, un collaboratore newyorkese dell'Unicef. La cosa carinissima è stata quando dopo un po', seduti tutti in cerchio, tra il portoghese, l'inglese e l'italiano, ci siamo intrecciati anche i piedi oltre le idee!

Legal isso... comunque.

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