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A capo

Communication

Imponderabile e soggettivo. Me verso San Paolo

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Bicicletada Pelada

C'era qualcosa che non sapevo precisamente cosa fosse. Pian piano ha iniziato a salire e sono rientrata a casa.

C'entrava il 'tempo'... eccome.

Si tratterebbe di misurare le pause, soltanto quelle. Se di pause si può provare a parlare, allora inizio con quelle che qui mi è più difficile ritagliare. Il tempo con le pause è il sogno di ieri pomeriggio mentre è sceso il temporale e mi sono addormentata, la traversata di Sao Paulo di notte – difficile dire la bellezza dell'aria in faccia, dell'odore forte e umido nelle narici, del rumore delle catene delle bici, di tutti quei colori d'ombre di strada in strada – i miei occhi che si perdevano nelle chiome folte degli alberi, dentro ai giardini chiusi, nelle luci dei locali addossati sulla strada, la musica che entrava nelle orecchie, la pedalata veloce che non si interrompeva mai, e che dava le pause (quelle che io amo e in cui mi trovo ogni volta che volo col pensiero). Non c'era tempo per la 'realtà': era inghiottita tutta all'istante dentro di me con la saliva che sapeva dei baci più belli - quelli col sudore. La moltitudine che mi stava intorno era un gruppo che proteggeva ognuno di noi, mentre pedalavamo veloci verso qualcosa che non era solo una protesta gridata, tra corpi nudi ricoperti solo di colore. Il Carnevale. Non me lo sono mica perso... era anche ieri sera. E' un ''modo di fare'' che c'è qui, in questa terra.

Ma io pedalavo e di quel tempo così carico e veloce ricordo solo le pause, quelle che mi chiedevo se altri là in mezzo riuscissero a sentire come le sentivo io.

Ricordo che le pause erano gli scatti durante i preparativi, le mani dipinte nel quadro appoggiato alla parete (le mani le mani, le mani e il loro tempo), la schiena tatuata (la pelle, il tempo dietro alla pelle), il gesso bianco sul viso, freddo liquido che si solidificava di minuto in minuto.

Mi chiedevo proprio ora del tempo. E sentivo solo che, corsa a casa sotto la pioggia – anche stasera: zuppa fradicia, aria in faccia e la città da inghiottire ancora – avevo bisogno di riprendermi tutte le pause.

Si parla di lotta, di manifestazione, talvolta di essere sfacciati, impudenti, spogliati dell'abitus e vestiti da guerrieri goliardici (le piume rosa, i nastri ai polsi e intorno alla testa, le maschere verde pistacchio). Ma io toccavo a piene mani i limiti, quello che sta ai margini più nascosti, contavo le pause di una realtà, c'ero dentro e la inghiottivo. Mai disorientata. Ma col cuore, ancora perduta. Forse la ricerca è proprio stare in queste pause, e leggere oltre (un qualsiasi Carnevale).

Dentro si mugola spesso una canzone che non si sente fuori di noi. E' soltanto dopo che si prova a cantarla anche a chi non c'era. E anche a chi c'era, ma forse non è stato attento e l'ha lasciata scrosciare via con l'acqua al lato di una rua.

 

Io c'ero. E ho inghiottito fino all'ultimo questo tempo. 

 

http://delas.ig.com.br/comportamento/pedalada-pelada-nua-e-crua/n1597684059832.html

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